Nonostante la crisi pandemica e le conseguenti previsioni economiche che rischiano di portare il Paese al collasso, si continuano a perpetrare miope ingiustizie nei confronti del Mezzogiorno, parte strutturalmente fragile del Paese. Infatti, anche nel 2020, il riparto del Fondo Sanitario Nazionale vede un’iniqua distribuzione di risorse a svantaggio del Sud. Dei complessivi 113 miliardi investiti dallo Stato per gli ospedali e la cura dei propri cittadini, alla Calabria toccheranno (con quasi 2 milioni di abitanti) solo 3,6 miliardi: 1800 euro per ogni cittadino, se si analizza la spesa pro capite. Alla Puglia (che conta 4,1 milioni di abitanti) spetteranno 7,49 miliardi, all’Emilia Romagna (con 4,4 milioni di abitanti) 8,44 miliardi, al Piemonte (con 4,3 milioni di abitanti) 8,33 miliardi, per non parlare dei 18,8 miliardi destinati alla sanità lombarda. Dunque, si passa dalle 1935 euro a cittadino nel Piemonte, alle 1800 euro per ogni cittadino calabrese, quasi fossimo figli di un Dio minore. Un Dio minore che, inoltre, fatica a proteggere tutte quelle aree interne del Mezzogiorno: piccoli Comuni e zone distanti dai grandi centri (per la maggiore con meno di 5000 abitanti) che, oltre a non avere più ospedali perché chiusi in nome dell’austerity, devono fronteggiare il mancato ampliamento dell’assistenza territoriale che sarebbe dovuto essere consequenziale, così come promesso dalla politica, al processo di riduzione dell’assistenza ospedaliera. Il trend è sempre lo stesso, basti confrontare i dati sulla spesa pubblica, dal 2010 al 2020, per constatare come venga prepotentemente lasciata al proprio triste destino la questione meridionale: il 42% dei finanziamenti va al Nord, solo il 23% finisce nelle casse del Sud. In molti, nel corso degli anni, dagli accaniti secessionisti ai presunti difensori dei diritti degli ultimi, hanno giustificato lo scippo alla spesa storica alimentando il mito dell’efficiente gestione delle risorse al Nord. Un falso mito, appunto, suffragato dalle ultime relazioni della Corte dei Conti che certificano come tra il 2018 e il 2019 vi è stato un peggioramento del disavanzo nel settore sanitario del 10%, con un ulteriore peggioramento nel 2020, attribuibile a quelle Regioni non soggette a Piano di rientro e a statuto ordinario. Com’è noto, invece, le Regioni in Piano di rientro sono quasi tutte del Mezzogiorno e nonostante negli ultimi anni continuino a registrare un incoraggiante riassorbimento degli squilibri, si troveranno nuovamente depredate di risorse vitali per garantire ai più un diritto universale. La stessa Corte dei Conti certifica come gli ambulatori, le Case della Salute, i consultori, i Punti di primo intervento, i centri di salute mentale e l’assistenza domiciliare, fondamentali per l’accoglienza dei pazienti meno gravi e il sovraffollamento dei pronto soccorso, siano in costante riduzione. Alla luce di ciò, è inaccettabile e suona quasi come una presa in giro l’ammissione odierna del Ministero della Salute sul fallimento delle politiche di potenziamento della medicina territoriale, perché queste problematiche le segnaliamo da tempo e vanno a sommarsi agli insufficienti livelli di assistenza (LEA) in Calabria e nelle altre regioni del Sud. L’auspicio era che i nodi della sanità venuti al pettine con il coronavirus, facessero finalmente riporre le forbici nel cassetto ad una classe dirigente miope. Purtroppo ci tocca constatare che ancora nulla è cambiato. La partita del MES, unita a quella del Recovery Fund, rappresenterebbe una grande opportunità per ricostruire sulle macerie di un trentennio di mala gestio, eppure la logica ispiratrice pare essere figlia della logica utilizzata dal Fondo Sanitario Nazionale, ossia iniqua e non curante dei ritardi strutturali. Una evidente incongruenza rispetto ai vincoli che l'Europa affida alle predette risorse, al fine di realizzare una radicale offerta assistenziale del Paese. La pandemia vissuta (e che speriamo di non rivivere) dovrebbe mettere in moto una corsa contro il tempo per garantire un’assistenza sanitaria organizzata ed efficiente, aprendo nuove strutture, nuovi reparti di terapia intensiva, vecchi e nuovi ospedali. Nulla di tutto ciò sarà possibile finché tutte le forze politiche non capiranno che quella meridionale è una questione di prospettiva per il Paese intero. Non rivendichiamo assistenza ma un’Italia che corra unita verso il futuro ed il benessere collettivo. Orlandino Greco Italia del meridione